Crowdfunding Journalism [3]
Ci interroghiamo sullo stile e le regole dell’informazione che verrà, grazie alle nuove opportunità che si stanno aprendo. Vincenzo Mulé riflette con noi, rispondendo alle tre domande della nostra Only Chat. Lo ringraziamo per la sua disponibilità.
OWCDI: Cosa pensi delle iniziative di Crowdfunded Journalism, ovvero inchieste giornalistiche finanziate dagli utenti della rete?
VM: Partiamo da una premessa. Per natura e deformazione professionale, sono sempre attratto dalla sperimentazione. A maggior ragione se la novità riguarda la mia professione. Detto questo, però, occorre farsi un’altra domanda. Quale esigenza soddisfa il Crowdfunding journalism? Quella dell’utente on line o quella della redazione? La materia non è così banale come può sembrare. E le modalità, almeno così mi sembra, sono ancora tutte da scrivere. Soprattutto in un momento come questo, in cui la reputazione della professione giornalistica è ai minimi termini.
Quindi, se il finanziamento arriva da un gruppo di persone che riconosce nella redazione un gruppo professionalmente valido per portare avanti il lavoro, allora mi dico favorevole. Se, invece, la commissione vuole essere un modo innovativo per controllare l’informazione (penso a qualche lobby) allora occorre ridiscuterne. C’è poi da tenere presente che il rischio della strumentalizazione è sempre in agguato.
OWCDI: Sottoporresti agli utenti della rete la possibilità di scegliere quale inchiesta realizzare?
VM: Io sarei più propenso ad aprire le porte della redazione agli utenti e metterli in condizione di presentare le loro proposte. Sarà poi compito delle redazione valutare il lavoro. Vorrei che fosse chiara una cosa: il giornalismo è un mestiere. Come il falegname o l’idraulico. Non lo si impara solo guardando, nello specifico leggendo i giornali. C’è tutto un lavoro dietro che, ripeto, non è banale. Mi piacerebbe che ogni approccio al giornalismo, tenesse ben presente questo fatto.
OWCDI: Credi che questo potrebbe avere impatto sulle modalità di condurre un’inchiesta giornalistica?
VM: No, se il giornalista e la testata per la quale lavora conducono ogni inchiesta con lo stesso scrupolo.
Vincenzo Mulè è giornalista e vice direttore del quotidiano Terra.
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Il tema della committenza posto da Vincenzo mi pare fondamentale.
sì insomma, lui pone il problema di chi poi commissiona le inchieste, avanzando il pericolo delle lobby. onestamente mi pare che in italia COMUNQUE l’informazione sia nelle manny delle lobby. quindi, di che stiamo a parla’? almeno in questo modo c’è qualche speranza in più che escano anche pezzi che spesso sono bloccati in partenza da grosse aziende inserzioniste dei giornali. come ad esempio succede con l’Enel, problema con cui Greenpeace si scontra quotidianamente.
Il problema, poi non è tanto dei pezzi che escono e di come sono orientati, ma anche e soprattutto dei pezzi che NON escono e che non hanno l’opportunità di essere diffusi e pubblicati.
Ciao Vittoria,
rispondo io al tuo commento anche se non sono una giornalista e quindi ho poca conoscenza diretta degli ambienti del giornalismo italiano.
L’interrogativo che solleva a me l’intervento di Vincenzo è un altro: se della reputazione e attendibilità delle inchieste oggi garantiscono gli editori – con tutti i limiti di attendibilità e reputazione inerente agli editori stessi – chi garantirà del lavoro di inchiesta sollecitato dai progetti di crowfunding?
conosciamo sufficienti dietrologie per non sospettare legittimamente della professionalità o della imparzialità di nuovi soggetti che si affacciano al mercato senza la patente del “professionismo”.
Detto ciò, la reputazione della professione giornalistica non è ai minimi termini per caso o per colpa delle illazioni dei politici.
E’ ai minimi termini perché c’è tanta approssimazione, anche laddove non dovrebbe essercene, e anche tanto nepotismo, tanto più svilente trattandosi di professione intellettuale. Quella del crowfunding journalism può essere un’opportunità per vedere crescere nuovi professionisti.
Mi sembra necessaria un’aggiunta: rifletto sul fatto che spesso dalla rete prima dei nuovi professionisti sono emerse le nuove professioni. E non tutte le nuove professioni all’inizio sono state intraprese da persone preparate. Penso ai professionisti del web, dai web designer ai social manager. Spesso le nuove professioni sono state un bacino di accoglienza per vecchie incompetenze.
Il dubbio sulla affidabilità delle inchieste finanziate dal basso, in quest’ottica, è sensato.
Fermo restando che conservo sempre una profonda fiducia (forse un po’ ottusa) nella capacità della rete di trovare i propri anticorpi a questi virus
Ciao Vittoria,
è vero quello che dici. Il giornalismo in Italia è in mano a lobby di interessi. Questo però non significa che a questi gruppi dobbiamo spianare la strada. Che avverrebbe se una redazione accettasse supinamente di fare un’inchiesta solo perchè finanziata. Il rischio, per come la vedo io, sarebbe quella di considerare ancora di più l’informazione “acquistabile”.
Le notizie che non escono poi, secondo me, è un altro problema. Che però non è legato alla questione del crowdfunding journalism. Sono poche le notizie che REALMENTE non sono uscite. Il problema è che il lettore si serve sempre degli stessi canali. E se non li trova, pensa che la notizia non sia uscita.
Nella riflessione sul giornalismo e le nuove forme, non dimentichiamoci di (ri)considerare il lettore. E la sua pigrizia intellettuale.
Crowdfunding Journalism: terzo incontro di only chat con i giornalisti italiani http://bit.ly/cehrAR #onlywebcandoit, #stampa, #crowdfunding
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3 domande ai giornalisti italiani sul Crowdfunding journalism http://tinyurl.com/339jkrv
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