Punti di vista
A volte bisogna tracciare una linea per vedere l’appassionato rincorrersi tra due punti.
Punto n° 1
Il 3 maggio 2010 è la Giornata Mondiale Onu per la libertà di stampa.
Punto n° 2
Nel 2007 conosco F., che mi riannoda i fili con la mia cittá d’origine attraverso gli Attivisti Casertani. F. é il nuovo compagno di un’amica, libero professionista del web. Insieme a lui un giornalista, un artista, una regista, una grafica e parecchi altri impegnati nell’idea di mostrare al mondo quanto stava accadendo ormai da anni. Non i volti di piccoli camorristi educati per strada o le facce senza espressione degli extracomunitari ai semafori, ma l’enorme montagna di monnezza che stava sommergendo ogni paesaggio, come un ospite inatteso, un’apparizione lunga 15 anni. F. mi racconta quest’idea: un sito, uma mappa, molte persone che possono liberamente segnalare il veloce trasformarsi della campagna in discarica. We are the trash è il nome del progetto. Iniziamo a disegnare il sito, sarà centrale una google map aggiornabile dagli utenti, un corto circuito volontario tra l’immagine della Terra scattata dal satellite e la realtà che vivono i suoi abitanti.
Flashforward: non sento più F. dal 2007. I nostri gradi di separazione sono aumentati, ma We are the trash é online, ricondotto al suo nucleo originale di un’idea di informazione veicolata da un giornalista con l’aiuto di molti.
Punto n° 3
Giugno 2006, un articolo di Wired racconta la storia di Mark Harmel, fotografo freelance contattato dal National Health Museum di Washington per realizzare un servizio fotografico. Mark, per andare incontro alle difficoltà di spesa della Fondazione fa un preventivo molto scontato, un terzo in meno del suo solito tariffario. Qualche settimana dopo i primi contatti, la responsabile del National Health Museum fa sapere ad Harmel che hanno scoperto iStockPhoto, che vende immagini su un catalogo di migliaia di fotografi amatoriali e non, a prezzi stracciati. Il crowdsourcing è appena passato dai software open source alle opere culturali.
Musica, racconti, slogan pubblicitari, loghi, fotografie ovviamente, grafica per t-shirt, l’intera gamma del sapere umano e idee per salvare il mondo: aziende affermate e ignote start up sollecitano la folla a “partecipare” alla creazione di un concept o di un prodotto culturale o meno, e migliaia di contenuti diventano rapidamente acquistabili a prezzi bassissimi o condivisi grauitamente (Wikipedia, Roma Sparita). Con due conseguenze: molte più persone possono accedere alla vendita/acquisto/condivisione di contenuti o prodotti; se sono tutti autori, chi è l’Autore?
Punto n° 4
Potrei osare di dire che il primo esperimento di citizen journalism di cui abbia sentito parlare fu svolto dal MIT Media Lab: si trattava di una serie di video e testi realizzati da alcuni utenti che collaboravano volontariamente col MIT per raccontare l’attualità del proprio quartiere. Era il 2002 e ho perso qualsiasi riferimento di questa notizia, quindi come fonte faccio piuttosto schifo. Ma sarebbe troppo facile dire che è iniziato tutto dai blog, da quando il primo blogger o utente con un sito personale ha puntato la propria webcam per registrare quello che succedeva in strada in quel momento.
Punto n° 5
Il crowdfunding journalism ha la sua matrice nel crowdsourcing: se molti possono generare un grande valore dividendo gli oneri e gli onori, molti possono sostenere la generazione di valore da parte di pochi che hanno il talento, le capacità, il mestiere per farlo. Il principio alla base è che gli utenti del web contribuiscano al finanziamento di inchieste giornalistiche, di interesse pubblico, realizzate in totale indipendenza e dovizia di ricerche.
Applicato al mondo dell’informazione, il crowdfunding si muove su una sottile linea rossa: tra impegno civile, tutela della democrazia e della libera partecipazione, diritto ad essere informati, e opportunità di informare, di generare contenuto distribuendo i costi, in modo da ottimizzare i profitti, con un finanziamento diretto dei lettori senza l’intermediazione dell’editore, con tutto quello che ne comporta. ProPublica, Spot.us - e adesso anche i neonati italiani YouCapital, Dig-it e Spotus.it – si muovono su questa linea di confine, tra rivoluzione culturale e nuovi mercati.
La linea più breve tra due punti è una linea retta.
Libertà di stampa oggi significa molte cose. Grazie al web, i modi in cui si esprime questa libertà sono aumentati.
Punto n° 6
“Di fronte a cambiamenti profondi del giornalismo l’Ordine deve e può radicalmente cambiare”. Questa frase in rosso, tutto maiuscolo, si legge nella home page di questi giorni del sito della Federazione dei giornalisti italiani. Davanti a tanta veemenza, mi domando quali saranno questi cambiamenti necessari. Leggo la dichiarazione collegata al proclama: combattere il precariato, creare un percorso di laurea, allontanare come nongiornalista chi non fa il giornalista a tempo pieno, ridurre il numero dei partecipanti al consiglio nazionale (che stanno per aumentare a 150). Mi domando se all’Ordine leggano i giornali online, ogni tanto…
AGGIORNAMENTO: sul blog di Giovanni Boccia Artieri “I Media-mondo” è stata pubblicata il 5 maggio 2010 una lunga intervista ai fondatori di Spotus.it, in cui è possibile trovare qualche risposta a quelli che sono i dubbi legittimi che circolano in rete, su affidabilità, pubblici di riferimento, motivazioni.
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Tag:blog, citizen journalism, crowdfunding, crowdsourcing, donazioni on line, giornalismo, Internet è Libertà, social network













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